Archivio per dicembre 2014

Sicurezza del lavoro e politiche attive del lavoro alla competenza dello Stato

20 dicembre 2014

E’ all’esame della Camera il Disegno di legge costituzionale che riguarda la struttura del Senato e la riforma del titolo V, che attiene ai poteri delle Regioni e ai rapporti tra Stato e Regioni. In questa sede, non voglio entrare nell’esame del complesso della riforma costituzionale, ma soffermarmi in particolare su un aspetto specifico. Il testo approvato in Commissione Affari costituzionali, ora al’esame dell’aula di Montecitorio, prevede che le materie tutela e sicurezza del lavoro e politiche attive del lavoro  tornino alla competenza esclusiva dello Stato. Considero questa modifica oltremodo positiva, alla luce anche dell’esperienza degli ultimi quindici anni. Ricordo che nel 2001, quando la riforma del titolo V era all’esame del Senato, mi battei, insieme con i colleghi della Commissione Lavoro, affinché la tutela e sicurezza del lavoro restasse nella competenza esclusiva dello Stato. La motivazione era semplice e logica: in nessun modo si poteva prevedere, a livello territoriale, una differenziazione della tutela del bene prezioso dell’integrità della persona lavoratrice/lavoratore. Tuttavia, nel 2001 un certo estremismo regionalista ed anche una sorta di subalternità di fronte allo stesso erano moneta corrente. Per farla breve, la materia tutela e sicurezza del lavoro passò alla competenza concorrente di Stato e Regione, mentre la materia politiche attive divenne competenza esclusiva delle Regioni. In questo quindicennio, l’esperienza della legislazione concorrente ha determinato un perenne contenzioso tra Stato e Regioni presso la Corte Costituzionale; l’innamoramento regionalista si è abbastanza raffreddato, anche in relazione al proliferare di scandali in materia di uso disinvolto del denaro pubblico in materia di rimborso spese. Anzi oggi il problema è separare l’Istituzione Regione dal cattivo uso che taluni ne hanno fatto. Il clima cambiato spiega il superamento della legislazione concorrente, il ritorno dello Stato nelle materie tutela e sicurezza del lavoro e politiche attive del lavoro nel progetto di riforma costituzionale.

Nei principali Paesi europei, le politiche attive sono di competenza dello Stato. In Germania, gli operatori dei servizi per l’impiego sono oltre 100 mila, contro i circa 10 mila dell’Italia, una parte dei quali precari. Anche l’Inghilterra dispone di efficaci politiche attive del lavoro. Il Jobs Act prevede la realizzazione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione, che dovrebbe realizzare una più adeguata saldatura tra politiche attive del lavoro e politiche passive, cioè la concessione dei sussidi di disoccupazione di competenza dell’INPS. La modifica costituzionale insomma rientra in un cambio di impostazione della strategia per la crescita dell’occupazione, che è senz’altro il principale obiettivo su cui la politica deve oggi impegnarsi.

Naturalmente, trattandosi di una riforma costituzionale, l’iter parlamentare è appena agli inizi. Tuttavia, se il progetto andrà in porto, il nuovo assetto istituzionale in materia di lavoro potrà contribuire ad una politica più efficace. Poi occorreranno adeguate politiche industriali e un Piano di investimenti pubblici e privati. Ma questo è un altro discorso.

Giovanni Battafarano  Segretario Generale  Associazione Lavoro&Welfare

il militante comunitario

20 dicembre 2014

Il militante comunitario è colui che ritiene di impiegare la propria vita nell’impegno sociale per offrire il proprio contributo al miglioramento della vita collettiva. Può farlo nella dimensione politica o in quella sociale, non è animato da progetti palingenetici; scarta la tentazione dell’uomo solo al comando e predilige il paziente gioco di squadra; non ama il potere, anche se talvolta ne è coinvolto; diventa un punto di riferimento per i suoi concittadini, che si fidano di lui, a prescindere dalle idee politiche, perché ne riconoscono il naturale disinteresse. Non sto disegnando il ritratto di un santo laico, ma di una persona “normale”, convinta che si cambia la realtà non con roboanti discorsi o programmi mirabolanti, ma con l’esempio, con l’attivismo nutrito di passione e competenza.

La categoria del militante comunitario viene utilizzata da Sergio Pargoletti per connotare la personalità di Franco Semeraro, dirigente storico della sinistra talsanese, amministratore comunale, presidente di Circoscrizione, presidente di ARCI Talsano, ma anzitutto “militante comunitario”(cfr. FRANCO SEMERARO SERGIO PARGOLETTI, Il militante e la borgata, Scorpione Editrice, Taranto 2014). Ho il piacere di essere amico di Franco Semeraro, con il quale ho condiviso l’esperienza della Giunta di Sinistra con Giuseppe Cannata e poi con il sottoscritto e posso confermare che la connotazione di militante comunitario mi pare del tutto indovinata. In realtà, se ripenso alla dimensione della politica degli anni Settanta-Ottanta, posso affermare che allora nella sinistra tarantina non erano pochi i militanti comunitari, veri leader  di quartiere o di borgata, fortemente immersi nel contatto con i ceti popolari e capaci di intuire problemi, le speranze come pure le critiche di quei cittadini e lavoratori che volevamo rappresentare. Questi militanti comunitari ai Tamburi, alla Salinella, a Paolo Sesto, a Talsano erano i nostri sondaggisti, coloro che intuivano se alle elezioni saremmo andati bene o male. Questi leader popolari non erano patrimonio esclusivo del PCI,  ma, con caratteristiche diverse, erano presenti anche negli altri partiti democratici, a partire dalla DC  e dal PSI.

Franco Semeraro è stato uno di questi militanti comunitari. Come assessore ai Servizi sociali, proseguendo il lavoro avviato da Giacomo Bonifazi, è stato protagonista di una stagione in cui la Giunta di sinistra avviò i programmi per gli anziani ( assistenza domiciliare, soggiorni di vacanza, attività di animazione), i cantieri di lavoro per i giovani disoccupati, e poi i consultori familiari, il CMAS, gli asili nido; sino alla costruzione di mille alloggi popolari a Tramontone e a Paolo Sesto. La politica manteneva allora un forte contatto con gli iscritti e i cittadini. Riunioni affollate e appassionate si svolgevano nelle sezioni di partito e nelle feste dell’Unità. Oggi, il confronto  utilizza molto la Rete e i Social Network. Ritengo che questi nuovi strumenti possano molto arricchire i rapporti politici, culturali, umani; non mi sfugge che spesso tuttavia sui Social network prevale l’ingiuria, la frase ad effetto piuttosto che l’approfondimento. In ogni caso, la Rete non può sostituire il contatto diretto, il guardarsi negli occhi, anche quando si muove una critica forte; la Rete non può sostituirsi al militante comunitario, che non è il semplice raccoglitore di tessere o di voti, ma colui che continua a battersi per i beni comuni, anche se non riveste più cariche pubbliche. Lasciato volontariamente il Consiglio comunale nel 1990, Semeraro è tornato ad occuparsi direttamente della sua borgata come presidente della Circoscrizione: a sostituire le lampadine fulminate, a vigilare sulla  qualità dei servizi pubblici, a dare impulso al varo del PIP di Talsano. E successivamente, come presidente di ARCI Talsano ad organizzare viaggi, serate culturali, gite in bicicletta, momenti di aggregazione, come un normale “militante comunitario”.

Giovanni Battafarano

ILVA, una strage di Stato di lunga durata, rea confessa a norma di legge

10 dicembre 2014

Il sociologo Franco Cassano ha sigillato l’ultima pagina del 2012 con un titolo impegnativo: L’Ilvachiude un’epoca, così la Puglia diventa il crocevia del futuro. Ancora una volta, Taranto città importante, come tante altre volte è stata considerata: prima grande città industriale nel Sud già alla fine dell’Ottocento, protagonista nella navalmeccanica fra la prima e la seconda guerra mondiale, città proletaria e antifascista, con l’orgoglio di arsenalotti, cantierini e siderurgici; tante piume identitarie strappate una ad una da una Storia vendicativa, che ha consegnato ai media e all’immaginario europeo la superstite e triste icona di “città criminale”. Ricorrente è stato il ritornello di una Taranto “osservatorio privilegiato”. Nel 2007 lo scrittore Christian Raimo considerava di grande interesse la città ebalica (con le parabole di Cito e dell’ ILVA, il suo buco di bilancio comunale mostruoso, i suoi record di diossina, il suo mare guasto) “perché dell’Italia è forse l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola”.

Tutto giusto, ma comprensibilmente l’homo jonicus farebbe volentieri a meno di siffatti riconoscimenti: ormai tutti sanno che nei paraggi degli “osservatori privilegiati” si mena vita assai grama, e qualche volta si muore. Lo sanno anche i grandi protagonisti della politica che, durante la campagna elettorale del 2013, hanno schivato con cura la palla avvelenata della città che chiude un’epoca: sembra che, come in un vecchio film di fantascienza, non la “collina delle polveri venefiche”, ma la città stessa sia stata coperchiata e impermeabilizzata. La storia, come nella canzone di Guccini, ci ha raccontato come finì la corsa. La siderurgica locomotiva del progresso si è infilata in un buco nero, trascinando con sé apologeti e trombettieri del re, sindacalisti e giornalisti collusi, faccendieri e amministratori su libro paga e una moltitudine di poveri cristi: doppiamente colpevoli – direbbe Brecht – perché vittime e perché innocenti.

Anche Pasolini, grande innamorato della città dei due mari, avrebbe detto la sua sui “malvagi dormienti” che seguono la corrente, sulla colpevolezza dell’innocenza, sulla volontà di non sapere. “Meno si sa, meglio si sta”. Ma già nel 1985 il giornalista Sandro Viola parlava di una “città vinta”. Dopo gli ultimi bagliori di cittadinanza attiva negli anni ’70, la Taranto “capitale dell’acciaio”, incredula di fronte al declino dell’Italsider, perdeva la vigilanza sugli effetti perversi della crisi, smarriva gli indici valoriali di una cultura del lavoro che avrebbe dovuto ormai misurarsi col turbocapitalismo della globalizzazione in atto.

Una comunità da sempre in appalto, ben assuefatta alla “servitù volontaria” , rispetto alla grande monocultura -“ Zitto e mangia” – si trovava ormai sguarnita di fronte a un crescente deficit di democrazia e al dilagare di una economia criminale emergente dalla giungla degli appalti selvaggi. Nella guerra per bande, si coniugavano buone entrature negli ambulacri del potere politico-economico e un feroce controllo del territorio, che doveva lasciare una scia di 160 morti ammazzati. Era l’ora siderale dei cavalieri di sventura e degli stregoni: da Cito, il mazziere nero tangentista e carcerato, “trombone in fiera e Gran Tamburone del Nulla” (Gadda) , alla sindachessa berlusconiana che amministrava il saccheggio del Municipio. Pensiamo ad una poesia del cittadino onorario di Taranto, Giuseppe Ungaretti: Allegria di naufragi.

A trovarsi a proprio agio era patròn Riva, che nel 1995 aveva acquistato a prezzi stracciati l’acciaieria ribattezzata ILVA. Ormai per la città ebalica si stava perfezionando l’ultima icona identitaria: la città più indebitata d’Italia e la più inquinata d’Europa. “E’ arrivato il dissesto e non abbiamo nulla da metterci”.

L’ Italsider era nata senza regole, fra licenze in bianco e licenze in precario. Per il nuovo padrone della ferriera valeva una sola regola: nessuna regola. Spremere il profitto ed esternalizzare il veleno sulla città ridotta a contenitore di rifiuti: un cronico mix di cadmio, berillio, arsenico, mercurio, nichel, diossina, benzo(a)pirene e via cantando: “da’ padroni di molta buona limosina e chiodi novi da crucifigger la Città” (Gadda). Chi era disubbidiente finiva nella camera della tortura, la famigerata Palazzina Laf, per la quale Riva veniva condannato per mobbing a due anni e otto mesi: una grande vittoria giudiziaria, ma una non bella figura sindacale per la mancata mobilitazione operaia sul fronte della dignità del lavoro. Il gioco di Riva era quello di “confinare i lavoratori più rispettati per dimostrare che la proprietà era nelle condizioni di liberarsi di chiunque” , come ha scritto uno degli “indesiderabili”, Claudio Virtù.

I sindacalisti tarantini avevano dimenticato il classico motto degli IWW statunitensi: “ An injury to one is an injury to all”. Un torto fatto a uno di noi è un torto per tutti. I comandamenti della dignità costituiscono l’essenza dell’individuo e del suo lavoro. Dignità è non piegare strumentalmente l’altro ai propri obiettivi. La dignità non è monetizzabile, non ha prezzo, non è negoziabile. E’ self respect, onore verso se stessi.

La storia ha fatto il suo corso. Riva ha tirato troppo la corda ed è finito agli arresti, con gli impianti sotto sequestro. When the shit hit the fan, dicono gli inglesi: quando gli escrementi finiscono nel ventilatore… Per i tarantini continua l’eterna corsa del criceto, in una sorta di “presente remoto”. La proposta di Riva è sempre stata chiara: “inquino o chiudo”. Il tesoretto è stato messo al riparo in terre lontane mentre a Taranto la polluzione continua. Ai tempi della vecchia Italsider si usava la metafora della grande mammella da cui succhiare un perpetuo benessere, oggi risuona il tormentone: “Non si può costringere i lavoratori a scegliere se morire di fame o di inquinamento” (l’esito più probabile è quello di morire affamati e avvelenati).

Nel 1967 Egisto Corradi proponeva l’immagine di una gigantesca meteorite piombata nella piana degli ulivi. Oggi risulta più attuale l’astronave di Alien: la metafora della grande mammella da cui suggere prosperità ha ceduto il passo ad un biomeccanico parassita che cresce nel corpo della vittima fino a che gli esplode dal petto. Il cancro si è attaccato alle budella, alle viscere della città, ad un corpo vivente che lo ospiti, che gli faccia da madre. Per il finale potremmo rievocare la scena di un cucciolo di Alien che esce dalla pancia di John Hurt: rutta, sputa e se ne va. Questo sembra essere per Riva il ciclo della family: abbandonare l’equipaggio dissanguato, non pagare dazio e ripartire con un’altra astronave.

I tarantini rimangono custodi di un Pil transnazionale dai contorni ineffabili e ostaggi di una politica industriale che lo Stato rivendica in proprio, in nome dei potenti finanziamenti erogati in un cinquantennio, pur versando lacrime di coccodrillo sulla vergognosa trascuratezza della salute dei tarantini rimasti al palo: da una parte uno sgangherato piano “salva Ilva” e dall’altra nessun piano “salva Taranto”, bensì fumosi progetti di bonifica di suoli, sottosuoli, falde acquifere, fondali marini, gallerie sotterranee che, sotto le scuole del quartiere Tamburi, portano all’ ILVA le acque di raffreddamento. Allo stato dell’arte “prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire” (Marx) partorisce solo volatili chimere che sbattono agli angoli dei Ministeri, come smarriti uccelli notturni. Le abbiamo provate tutte e “ci chiediamo/ se quel posto dove andiamo / non ci inghiotta e non torniamo più” (Paolo Conte).

Diciamola tutta: un crimine industriale ha fatto esplodere una catastrofe ambientale che storicamente si presenta come una catastrofe cronica, risalente addirittura all’era preitalsiderina. In fondo sappiamo l’avvenire a memoria. “Catastrofe” è parola greca che indica un “rivolgimento”, per conseguenza del quale tutto radicalmente muta solo per fare ritorno ad un punto di partenza, in uno spazio immarcescibilmente immutabile, che consente il perpetuo ripetersi dei mutamenti marcescibili. Il futuro prossimo della città jonica è affidato alla Magistratura e alla Corte costituzionale. Vale sempre l’ammonizione di Brecht: “E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare”. Ma tocca pur sempre alla testa la prima mossa. Per il momento a Taranto è ancora in atto una autentica Strage di Stato di lunga durata, paradossalmente rea confessa e a norma di legge. Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare…