Archivio per aprile 2015

Anpi Taranto. 70° anniversario della liberazione

20 aprile 2015

LO STATO INNOVATORE

20 aprile 2015

Il libro di Mariana Mazzucato (Bari, Laterza, 2013) rappresenta un rigoroso tentativo di confutare la logora tesi neoliberista che lo Stato è il problema piuttosto che la soluzione del problema. La Mazzucato dimostra che, a monte dei formidabili successi delle imprese innovative, c’è sempre lo Stato, il cui ruolo non è solo quello meno controverso di curare i fallimenti del mercato, ma anche quello principale di “risk taker”, cioè di assuntore del rischio di innovare, laddove il privato è restìo a cimentarsi. Lo Stato è un “investitore paziente”, disposto ad attendere il tempo necessario affinché l’innovazione dia i suoi frutti, laddove i “venture capitalists” non amano il rischio e prediligono gli investimenti che permettano rapidamente cospicui utili e  quotazione in borsa. D’altro canto, la crisi economica degli ultimi anni non è dipesa dal debito pubblico, ma dalle speculazioni private.  Karl Polanyi   ricorda che la tesi che il mercato si regoli da sé, in realtà è un mito; Keynes e keynesiani sostengono a spada tratta l’importanza  di usare la spesa pubblica per rafforzare la domanda e stabilizzare l’economia; Shumpeter sottolinea l’esigenza che lo Stato sostenga l’innovazione e la creazione di ricchezza. Quindi occorre  intervenire sia dal lato della domanda sia dell’offerta; Keynes più Shumpeter. Lo Stato sviluppista, lo Stato innovatore. Continua a leggere: LO STATO INNOVATORE

I rapporti di lavoro tra contratti di diverso livello

4 aprile 2015

 

 di Giovanni Battafarano

   Considero una scelta felice di Laboratorio Lavoro aver scelto come tema “Il lavoro tra persona e capitale”. Il tema della persona che lavora è molto fecondo e tale da costituire un punto di congiunzione delle elaborazioni  della cultura cattolica- Si pensi alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI- e della cultura di sinistra, si pensi a Bruno Trentin e a Mario Tronti. Abbiamo alle  spalle un trentennio di teoria e prassi neoliberista, in cui il valore della persona che lavora è  stato abbastanza sacrificato sull’altare di una finanza sempre più aggressiva e spregiudicata e in cui i dislivelli sociali sono paurosamente aumentati. Tony Judt, nel suo “Guasto è il mondo”, ricorda che nel 1968 l’Amministratore delegato della General Motors guadagnava 66 volte più del suo dipendente medio; oggi l’Amministratore delegato della Walmart  guadagna novecento volte in più del suo dipendente medio. Thomas Piketty, nel suo fortunato “Il capitalismo nel XXI secolo”, analizza scientificamente l’accumulo  dei grandi patrimoni  e l’impoverimento dei ceti popolari e  medi, tendenza che indebolisce le basi sociali della democrazia. Valorizzare il lavoro tra  persona e capitale significa ripristinare un circuito virtuoso, tanto più necessario se si vogliono cogliere i primi sintomi di ripresa ed uscire dalla crisi. Continua a leggere: I rapporti di lavoro tra contratti di diverso livello

In margine al convegno su Vito Forleo – Taranto 5 febbraio 2015.

2 aprile 2015

Il bibliotecario e la sua ombra
Roberto Nistri

 A cinquant’anni dalla sua scomparsa, Vito Forleo, il  nostro maggiore scrittore municipale e indimenticato direttore della Civica Biblioteca “Acclavio”, per una volta è stato onorato come si conviene, in una città che purtroppo ha perso il filo della propria identità storica. Si sono registrati convegni di buon livello e soprattutto hanno trovato adeguata ristampa le sue opere, da tempo non facilmente reperibili: I giorni di Diogene Saturnino del 1904, Taranto dove la trovo del 1929 e una più completa riedizione dei Poemetti Municipali, già curati da Aldo Perrone e dal Gruppo Taranto.

Tornare ad ascoltare la voce dell’Autore, a seguire la traccia della sua penna fino all’ultimo inchiostro, quando le ali sono ancora gonfie di vento. E’ tale il più autentico omaggio alla scrittura: uno scrigno, quello di Forleo, che forse cela ancora preziosi segreti. Un classico, cioè un letterato di prima classe. Le sue paginette sono ancora offerte speciali,  aquiloni che ogni tanto ritornano dagli  intermundia,  per insaporire le nostre povere scritture.

Custode della memoria, del tesoro più vulnerabile e aggredibile,  Vito Forleo è stato il più significativo autore  del primo Novecento tarantino.  Uno spirito folletto, un inattuale per scelta, un  Ufo, un oggetto letterario non facilmente identificabile.  Come cifra stilistica, non amiamo l’onda lunga dei superlativi e l’eroicizzazione postuma di un nobile autore, come tanti impigliato nelle pastoie della più greve provincia meridionale. Conosceva il suo destino e se ne fece una ragione. Diventa ciò che sei, era il primo comandamento dell’amato Nietzsche.  Mai un cedimento, fino alla fine della strada: Vivre sa vie (Questa è la mia vita).

Laureato in Legge, seguiva la sua vocazione di uomo-libro, gestendo in maniera ineccepibile la civica Biblioteca Acclavio: la Biblioteca del mare, con quelle tre finestre che Sandro Viola avrebbe ricordato con nostalgia. Con puntigliosità maniacale l’austero don Vito riempiva i cestini di minute cartacee da inviare giorno dopo giorno al Municipio, per arricchire la dotazione della Acclaviana. Ma  In quelle stanze Forleo avrebbe scritto dell’Arcivescovo Capecelatro, dei Giardini del Peripato, di Choderlos de Laclos, di Paisiello, di Raimondello Orsini, del brigante Pizzichicchio e dei portentosi pesci di Taranto… Le pagine di Taranto dove la trovo racchiudono il libretto d’oro d’un  grande erudito foderato di poesia.

Forleo scrisse pochissimo. Perché era un pigrone o perché aveva altro per la testa. A chi doveva rendere conto? Non era un personaggio popolare e non aveva nessuna intenzione di esserlo.  Per i suoi concittadini era un inclassificabile,  un romantico  catafratto nella Biblioteca o nella sua celletta monacale zeppa di carte,  al  terzo piano, mentre “le rondini saettavano pazze di calore, nel cielo nostro d’oriental rubino”.  Un  atopos avrebbero detto i greci, un fuori posto ( per qualche tarantino,  uno “spostato”) che ogni tanto lasciava cadere una perla di scrittura da conservare nella biblioteca celeste della tarentinità.

Il gentiluomo solitario era anche un uomo scisso, consapevole dell’impossibilità di essere veramente se stesso. Del resto,  il secolo che si apriva, apparteneva a  Marinetti, non a Forleo. Il  misconosciuto campione del decadentismo europeo, era disposto a parlare solo con la sua ombra, il  Doppelganger (colui che cammina al suo fianco).  Il “doppio” di don Vito era il compagno segreto  di sempre: quel Diogene Saturnino del suo capolavoro giovanile ,  il dandy  che poteva solo portare in giro la sua noia, con la sigaretta incenerita sulla bocca: “un fiume di libidine cui mancava  la foce di una cocotte, una amante da scegliersi in un pacco di cartoline illustrate, dai contorni indecisi come una polluzione notturna. Le idee si intorbidavano, mentre un lombrosiano esegeta predicava il Sinite parvulos, sottintendendo una tendenza pederastica del Redentore”.

Con il suo  Diogene Saturnino ,  Forleo si era  sbattezzato e ribattezzato in onore del primo anticonformista della filosofia, distruttore delle convenzioni sociali e derisore coriaceo e blasfemo.  Il “nato sotto il pianeta oscuro”, secondo il dettato aristotelico, abbracciava  melanconia e genialità, era un accidioso che,  di fronte all’oggetto desiderato,  fuggiva quando stava per raggiungerlo, desideroso di abbracciare l’inafferrabile, il fantasma o il fantoccio della libertà.  L’homo melanconicus poteva riscattare la sua insania solo nella creatività,  desiderando il desiderio,  amando la germinazione,  lasciandola scorrere nel non finito ,  nell’incompletezza di una  immagine allo stato nascente.

Seduto al solito tavolino, coccolando il suo spleen,  Saturnino scriveva ad un destinatario per sempre sconosciuto.  Il cappellaccio prendeva le forme di un pipistrello mostruoso. Becchi di gas, mossi dal vento e battuti dalla pioggia, formavano nella lontananza una specie di costellazione piangente. Una ragazzina satanica gli chiedeva petulante cosa volesse  dire la parola si-fi-li-de, e lui la rassicurava : “ una nuova marca di cioccolata”.  Era il gioco del trickster, del dio briccone, un po’ clown e un po’ furfante. L’armatura della maschera   dissimulava,  con aristocratico riserbo, il volto dell’inviolabile.

Il Venerdì Santo era stato alleviato nel cavo di una mano inguantata. Il giorno di Pasqua,   Saturnino si addormentava fra le strofe di Baudelaire, con voglia di un’arma da fuoco,  pronto a schiaffeggiare la prima marionetta digerente che augurasse buone feste. Fuggi  il  “Mostro Viscido”, la “ maledetta Provincia”, se non vuoi bruciarti le cervella. Al massimo si potrebbe organizzare un Cenacolo: alla Presidenza lo scheletro di un brigante, nel cui cranio, forato da una pallottola, poter  inserire una lampadina.

Si gira e rigira sulla parsimonia scritturale di Forleo. Perché non accettare che lui aveva altro a cui pensare? Faceva buchi nei sogni e non doveva render conto a nessuno. Neanche ai trombettieri del Duce e ai postulanti in cerca di medaglie a buon mercato. Come il Bartebly  di Melville, sulla corazza del garbato ma implacabile “Preferisco di no”, doveva scivolare ogni offerta di complicità o compromissione.   Forleo era il Resistente per eccellenza.

Il flaneur inseguiva  il non consumato,  nell’inevitabile commercio con gli spettri. Solo seguendo questa traccia è possibile sciogliere una aporia: voler scrivere qualcosa che facesse tremare il mondo e  finire come un anacoreta,  baciando  la polvere dei libri. Quella era la duplicità del dandy superomista,  che non si schiodava dal Caffè ai Due Mari,  riconciliato con Taranto ma non con i tarantini.

Nel cinema si poteva  ben fumare, spiando le complici braci nel tremolìo della magica lanterna. “Il Sahara! Il Sahara! “Seguire sulla sabbia le orme di Marlene Dietrich che seguiva le orme di Gary Cooper. Suprema ironia: l’unico esotico viaggio del  bibliotecario doveva ridursi ad una striminzita villeggiatura  a Rocca Forzata, ai confini della realtà, con l’uso di una sola modesta stanzetta. Magari in contemplazione di “ una luna con la faccia di una cuoca inebetita”.  L’aura della pauperistica micragna di Forleo rimaneva un topos ricorrente, come quello dei quattro gatti al funerale.

Si conserva  la bella lezione di un liber’uomo, che non avrà scritto molto, ma che non ha mai dovuto pentirsi per un biglietto compiacente o servile.  Come l’antico Diogene aveva allontanato Alessandro dalla sua botte, così l’armatura di Forleo non veniva mai  scalfita dalle lusinghe degli ominicchi e dei mezzi uomini.  Ha seguìto il suo daimon, è riuscito a non essere come gli altri.

Apprezzava solo i santi volatili, quelli capaci di lievitare . Con immutato spirito di leggerezza , Forleo scompariva in una calda notte d’estate, il 27 agosto 1964. Salutando i quattro gatti, il Saturnino non poteva mancare al  rendez-vous .

Aveva scritto:  “Io voglio volare e volerò. E sarà in una sera di agosto, stracarica di stelle”!