Cultura e territorio a Taranto

6 luglio 2015 Lascia un commento »

Settantesimo della Liberazione:  25 aprile 1945 –  25 aprile 2015 di Roberto Nistri

1. L’illusione della Fiera del Mare e la “bella morte” del Premio Taranto (1946-1953)

 

La città si era misurata onorevolmente con il grande conflitto mondiale, giocando un ruolo di primo piano nella fase finale della guerra, conseguendo riconoscimenti e apprezzamenti da parte delle forze alleate per l’eccellenza delle maestranze, in virtù anche di un apparato industriale conservato praticamente intatto: una eccezione fra le grandi città italiane.  Inevitabili erano le preoccupazioni per l’azzeramento della flotta e una difficile riconversione da una economia di guerra a una di pace.  Doveva da subito affacciarsi la richiesta,  un po’ peregrina,  di un “risarcimento” per l’impegno patriottico sostenuto dalla cittadinanza.

Si apriva una nuova stagione,  non di entusiasmo ma certo di passione. Ricorrendo a  un titolo di Dickens  , Il racconto delle due città, abbastanza appropriato per la Taranto bimare, si potrebbe dire: “Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Il 14 agosto 1946 veniva inaugurata, alla presenza del capo dello Stato Enrico De Nicola,  la Fiera del Mare: una messa in valore di attrezzature e capacità produttive concernenti la cultura del mare e la capacità di creare un mercato marinaro, unico in Italia e in Europa. Un brand eccellente. Purtroppo l’iniziativa doveva svilupparsi fiorente in quel di Genova, mentre a Taranto nel ’51 la Fiera chiudeva i battenti: gli stands, diventati luoghi di convegno per coppiette, venivano demoliti con le ruspe: il fallimento di una imprenditoria sui generis,  incapace di schiodarsi dalla monocultura statale.

Una sorte più gloriosa ma più sofferta  doveva toccare al Premio Taranto: il Premio del Mare, per la narrativa e le arti figurative.  L’ iniziativa  nasceva con l’esclusivo sostegno di privati cittadini,  per lo più ex studenti del liceo “Archita”,  con  una giuria di alto rispetto presieduta da Giuseppe Ungaretti. Partecipavano protagonisti di primo piano della cultura italiana, come  Alberto Savinio,  Carlo Emilio Gadda,  Gianna Manzini,  Enrico Falqui,  Marco Valsecchi, Pier Paolo Pasolini… La produzione pittorica – Meloni, Casorati, Birolli, Pirandello, Turcato, Apollonio –   all’insegna dell’arte d’avanguardia,  scandalizzava il basso provincialismo meridionale, ma dalla stampa nazionale veniva  paragonata alla Biennale di Venezia.  Un “critico” barese vaneggiava di una donna incinta svenuta al cospetto dell’arte astratta,  ma l’operazione, con gran concorso di pubblico,  doveva fare scalpore.   La manifestazione veniva ripresa in diretta da “La Settimana Incom”, il cine giornale dell’epoca e  la mostra veniva ospitata a Roma e a Milano.   “La Fiera  letteraria”  avrebbe dedicato all’evento un corposo numero speciale.

Onore e gloria per Antonio Rizzo e il Circolo di cultura?  Quando mai! L’Amministrazione Provinciale,  in prima linea l’assessore Monfredi, sollecitava una rapida sepoltura del Premio, con strascichi  giudiziari.   Come si diceva,  “non ci furono mai giorni così belli,  non ci furono mai giorni così brutti”.

Nel 1953 il Premio Taranto chiudeva i battenti, con il  De Profundis di Ungaretti: “Il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia”. Non ci sarebbe stata la quinta edizione: si preferiva salvarne la memoria, piuttosto che sottometterla alle indebite appropriazioni da parte di istituzioni e politici di basso conio. Rimane la leggenda  .  “Favolosi quegli anni, avrebbe ricordato Rizzo”.

 

2. Glorie  di Terronia

 

Il Premio aveva dovuto combattere contro il “culturame”scelbiano e il “melmoso” italo-maccartismo denunciato da Francesco Flora,  con la riduzione di opere d’arte a sagre parrocchiali (Leonida Répaci). Si metteva di traverso anche l’ottuso stalinismo antiastrattista,  sul quale  in seguito lo storico Paolo Spriano avrebbe calato un velo pietoso.  Ma le minacce più insidiose provenivano dal sottobosco degli  pseudoartisti senza arte né parte,  sempre in cerca di patroni e patronesse da mungere. Valga l’esempio della ingloriosa “Università dei Terroni”,   che apriva sede a Taranto in via Gorizia n.16. Come si leggeva nello Statuto del 1946,  l’Ente veniva istituito per propugnare “la giustizia distributiva nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti”.  Un programma assai bizzarro: anticipando Andy Wharol, venivano promessi cinque minuti di gloria per ogni aspirante  “Sacerdote dell’arte”.  L’impegno era quello di difendere “tutti i valori dello spirito di Terronia”,  termine che acquisiva un significato di nobiltà, tanto da garantire titoli onorifici: Libero docente,  Cavaliere dello Spirito,  addirittura Senatore, con tanto di timbro del regno di Terronia. Quasi la Cacania di Musil e la Freedonia dei fratelli Marx.  Poetastri spostati e maestri di non si sa che,  si allocavano nel sottobosco autocraticamente governato dal grafomane Franco Di Napoli,  che riusciva a pietire qualche blando conforto dal direttore del museo archeologico e dal rettore dell’Università di Bari. Incredibilmente tale baraccone  veniva preso sul serio da non pochi notabili locali,  della Camera di Commercio e dell’Associazione degli industriali, molti dei quali erano fieri avversari del Premio Taranto.  Solito spirito di cricca e  produzione accademica nulla.

 

3.  Jonica autarchia editoriale

 

La civica biblioteca “Acclavio” continuava ad essere  frequentata da una ristretta cerchia di eruditi e cultori di storia patria, ma lo stesso direttore Vito Forleo doveva ammettere che a Taranto non si riusciva a pubblicare alcuna ricerca confrontabile con gli studi baresi, come la “ Rassegna pugliese”  o i  tre volumi di Terra di Bari.  “Colpa dell’incostanza e della tendenza al rinvio, il lavorare ignorandosi l’un l’altro, quel rimettersi al caso…” (citato da Silvano Trevisani, 2015). Dal punto di vista editoriale, per opuscoli e opuscoletti d’occasione,  bastava e avanzava il buon tipografo- editore Salvatore Mazzolino; non era il caso di spingersi oltre le mura cittadine. Forse è più interessante rilevare come, durante il fascismo, nella borghesia “illuminata” tarantina non si era registrato un solo abboccamento con Casa Laterza e il circolo antifascista  dei crociani.  Negli anni della rinascita  veniva anche  sprecata  l’occasione offerta dall’editore Lacaita di Manduria,  che intendeva coagulare un ampio fronte della cultura anticonformista ,  a partire dal primo Convegno Pugliese per la laicità dello Stato e della scuola Nazionale, tenutosi proprio a Taranto, nel 1948,  nel teatro Fusco. Nel ’49 Piero Lacaita, in stretto sodalizio con lo storico Gabriele Pepe e uomini come Basso,  Fiore e Canfora,  avviava la sua attività editoriale. Nella città bimare  non scattava un  feeling con la nascente casa editrice,  ad appena 30 km. Da Taranto.   Magari i cataloghetti del Premio Taranto,  confezionati al risparmio e rapidamente esauriti, avrebbero avuto una veste più adeguata e certi rapporti si sarebbero  irrobustiti.   Solo in tempi successivi a Lacaita saranno affidate operazioni all’altezza della editoria manduriana.

 

4. I cuori malinconici

 

Alla città non mancavano le belle intelligenze,  apprezzate ben oltre le mura cittadine: il poeta Michele Pierri,  che avrebbe sposato la poetessa Alda Merini; il bibliotecario insigne Vito Forleo, storico ed erudito; lo scrittore Cesare Giulio Viola,  che avrebbe scritto, dal suo libro Pricò,  la sceneggiatura de  I bambini ci guardano (1943)  togliendo la maschera familista ad una dolcezza  soltanto apparente. Ancora con Vittorio De Sica conquistava   l’Oscar con la sceneggiatura del film Sciuscià (1946).  La poetica di Viola oscillava  fra realismo e naturalismo piccolo borghese,  fra grigia banalità esistenziale e l’eccezionalità del tragico quotidiano. Era la scrittura dell’uomo scisso, l’intellettuale impossibilitato ad essere se stesso,  il dandy  attediato.  Figura archetipa era quel “Diogene Saturnino”  nel quale Vito Forleo aveva rappresentato lo spleen di una lost generation, assolutamente impolitica ed estranea alle storie delle classi subalterne,  a cavallo fra fascismo e nuova democrazia.

Per completezza si potrebbe impostare una topografia culturale,  che veda ai piani alti la grande storia industriale,  la vocazione ad uno sviluppo donato con correlata servitù volontaria; al piano di mezzo una area minoritaria di intellettuali provvisori, stranieri in patria e spesso sul piede di partenza.  Unica eccezione quell’Antonio Rizzo che,  con alcuni  capitani coraggiosi,   sognava per Taranto un nuovo cielo e una nuova terra,  sostenendo la necessità di una ricomposta identità cittadina che coniugasse il rispetto verso il passato con l’apertura critica verso il nuovo,  mentre al piano di sotto si sedimentava quella che altrove abbiamo chiamato l’ideologia  “cataldiana”.

Se gli intellettuali si avvolgevano nel loro mantello  di malinconia, il cataldiano “verace” (?!) aveva come compagna fedele la nostalgia: di quello che si era perso,  ma soprattutto di quello che non si è mai avuto. Viene in mente un film cult del 1996:  Trainspotting. Stare seduti e guardar passare i treni.  Molto tarantino.

 

5. Madre nostalgia

 

In realtà a Taranto non ha mai assunto rilievo una autentica intellighenzia industrialista, né da parte operaia, né da parte imprenditoriale: una figura fortemente esplicativa doveva affermarsi in seguito con lo stereotipo del “metalmezzadro”.  L’intellettuale dis/organico percepiva la propria inessenzialità. Lo spaesamento produceva la nostalgia dell’altrove, facendo scattare il dispositivo ideologico volto a trasformare la debolezza in virtù.  Nel cuore della piazzaforte militare,  l’ininfluente uomo di cultura, professore o avvocato, s’inventava una missione: il paladino della Tarentinità.  Funzionava una mitologia di matrice municipal-popolare, pensata come argine identitario nei confronti della città mutante. Tale ideologia è stata l’oppio degli intellettuali tarantini,  residenti o fuggiaschi, esteti o combattenti. Una idea-forza, impegnata a delineare una mappa sentimentale, una Taranto del cuore:  la vita come cerimonia rituale, osservata come un tempo ciclico,  al riparo dalla temporalità orizzontale del progresso e del consumo. La durezza della storia ha ormai ridotto l’identità cataldiana ad una dimensione residuale e ormai sarebbe vano   attardarsi nell’inseguire la sua ombra. Il  tarantologo del nuovo millennio rimedia qualcosa guidando in visita nel centro storico non i turisti,  ma i suoi concittadini.

 

6. La guerra del mattone

 

 

Negli anni successivi,  la cittadinanza doveva ancora sbrogliare la matassa di tre piani regolatori: Tian, Bonavolta e Calzabini. Nella fase ancora precedente l’insediamento dell’acciaieria, l’unica iniziativa produttiva era rivolta all’edilizia,   in un clima di  deregulation o assoluto far west. Per quanto riguardava il negletto Centro storico, il sindaco socialcomunista De Falco non nascondeva una certa nostalgia per lo sventramento mussoliniano. Non veniva fuori uno straccio di Piano Regolatore innovativo e a Taranto, sul fronte dell’urbanistica e dell’architettura (il linguaggio attraverso il quale il territorio racconta la propria storia)   la Civitas entrava in guerra contro se stessa,   con pervicace autolesioniamo.  Continui processi di mostrificazione,  stigmatizzati  dallo storico dell’arte  Cesare Brandi e dal primo ambientalista:  Antonio Cederna.  Il boom irrazionale delle costruzioni, con la lottizzazione selvaggia e le licenze in deroga, già negli anni ’50 aveva imprigionato  il territorio, precludendo ogni via di scampo. L’amministrazione socialcomunista si impegnava a fondo (coinvolgendo anche la Camera del lavoro e la Cgil) in battaglie di estrema retroguardia,  come il marmoreo aquilifero della prima guerra mondiale.

Si faceva strada  una vocazione per la grattacielomania che doveva eccitare soprattutto le nuove leve democristiane. Nel 1954 si paventava la demolizione dell’imponente Palazzo degli Uffici,  da sostituirsi con un grattacielo di 30 piani.  Per fortuna la “ grande impresa nazionale” doveva scomparire insalutata ospite.  Purtroppo un altro sciagurato progetto,  avviato dai comunisti e portato a compimento dai loro successori,   doveva giungere a efferato compimento.  Trattasi dell’infame grattacielo del Lungomare che, malgrado il vincolo posto dalla Soprintendenza alle Antichità, avrebbe per primo violato  definitivamente il più maestoso affaccio al mare di tutta la Puglia,  nascosto  e impedito da una proliferazione ininterrotta di brutture più o meno residenziali, seguendo fino a Capo S. Vito l’ennesimo muraglione,  protettivo del requisito “mare militare”.  Il notevole interesse archeologico dell’insediamento non turbava i sonni di proprietari e architetti.  La questione si risolveva nel  cantiere di notte, con dinamite e pistolettate,  perché gli imprenditori edili non potevano perdere tempo appresso alle Antichità.  Il “Corriere del giorno”  commentava cinicamente: tutte le costruzioni di Taranto sono brutte e pertanto “dove ve ne sono 30, possono esservene 31”.  Il disegno del Lungomare veniva pregiudicato  indefinitamente e il primo mastodonte,  secondo le parole di Antonio Rizzo, poteva lanciare verso il cielo il proprio sinistro barrito di trionfo.

 

7. Paisielliana. Storia di un famoso monumento mai realizzato

 

Il sindaco De Falco era un amministratore onesto,  ma sicuramente inabilitato per le imprese culturali (da ricordare il pasticcio del Premio Taranto) e doveva impelagarsi in una gaffe siderale, di risonanza europea,  a tutto discredito della cittadinanza.  Sempre nel 1954 Comune e Provincia stanziavano le risorse per la troppo a lungo agognata erezione di un monumento a Paisiello. Come si dice,  una erezione non si discute. Ma per una volta si scoprivano le carte: “si faccia un regolare bando di concorso ,  affidando ad Antonio Rizzo, l’unico competente sul campo,  il compito di ordinare una giuria di tutto rispetto”.  Le aspettative non venivano tradite: membri della giuria erano Cesare Brandi,  Raffaele Carrieri,  Pericle Fazzini,  Ignazio Gardella, Virgilio Guzzi,  Marco Valsecchi,  Bruno Zevi. Si trattava della prima seria rassegna di scultura moderna ordinata in Puglia e forse in tutto il Mezzogiorno. Partecipava il fior fiore del mondo artistico nazionale e veniva premiata la scultura astratta di Franchina: “un oggetto splendente” secondo Zevi,  un “capolavoro” secondo Lionello Venturi. Una alleanza fra politica e cultura finalmente coronata da successo, a tutto beneficio della Città bimare? Troppo bello per essere  vero.

Nella notte si scatenava il  genius loci,  il maligno demone che mandava tutto a carte quarantotto. L’opposizione democristiana si accaniva contro una scultura troppo moderna, incomprensibile per la gente normale. Ci si metteva anche il responsabile del settore culturale del Pci,  che telefonava a De Falco per rimproverarlo di voler regalare a Taranto un esempio di quell’arte astratta fortemente avversata a Botteghe Oscure. Sembrava la rimonta dell’Accademia dei Terroni e dei vecchi “sacerdoti dell’arte”,  che ancora non avevano metabolizzato il glorioso “Premio Taranto”. Critico di punta dell’arte degenerata era,  nientedimeno il missino Telesio Interlandi,  razzista di professione e traduttore dei testi hitleriani. Per farla breve , il Sindaco annullava il concorso da lui stesso promosso e bandito,  con strascichi giudiziari e scandalo in Europa,  grazie alle cronache de “Les nouvelles littèraries”.  Nel 1960 l’opera di Franchina veniva inaugurata a Genova.  A Taranto De Falco rimpiangeva un bel “Paisiello a cavallo”,  mentre il democristiano Pignatelli riesumava un busto cimiteriale del vecchio scultore Canonica, commissionato dal podestà Giovinazzi nel 1940! Intanto Raffaele Carrieri  dichiarava di non volere mai  più rimettere piede a Taranto.

Il Bazar del cattivo gusto trionfava e il pervicace Monfredi promuoveva l’ancora operante legge speciale sullo sventramento del 1934. In   Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi scriveva: “ è Taranto una città che, posta in un sito singolarissimo potrebbe essere stupenda e invece è squallida”. Privati del Patrimonio, come recita il  bel titolo di Tomaso Montanari: il romanzo criminale di una bieca privatizzazione,  spacciata per valorizzazione.

 

8. Taranto Capitale?

 

Nel 1961 s’inaugurava il primo convegno di Studi sulla Magna Grecia e,  nella fase epica dell’insediamento italsiderino, Taranto poteva far valere un non effimero ruolo di Capitale europea. Artisti di gran valore operavano a ridosso della grande fabbrica e vi furono spettacolari happening ecologisti che diffusero anche nel circondario le arti visive come privilegiato strumento critico della riduzione dello spazio urbano a città-azienda.  Si aveva comunque la percezione di una estrema fragilità del tessuto sociale. La città grande industriale era ai primi posti nella umiliante graduatoria della mortalità infantile. Lasciava da pensare una impennata della mortalità proprio nei primi cinque anni della “civilizzazione” siderurgica  (cfr. F. De Benedetto in “Dialogo”, 27 novembre 1965).

Purtroppo le istituzioni civili che stavano rilasciando licenze in bianco,  in seguito licenze in precario,  all’arciabusivo stabilimento siderurgico,  in quel fatidico luglio del ’60,  erano impegnate in una tipica discussione tarantina: annientare o meno la fontanella di Piazza  Giordano Bruno con annessi palmizi.  Tarde non furono grazie divine,  ma intanto le ruspe sterminavano un popolo di ulivi. Secondo Antonio Cederna,  Taranto si presentava come la smentita di ogni decenza urbanistica. Avrebbe scritto nel 1972: “Un ventaglio casuale e approssimativo di strade a raggiera, veri canyons e crepacci,  tra case di 9, 12, 22 piani,  che si intersecano a casaccio e finiscono in vicoli ciechi, senza un filo d’erba, senza una piazza, un’area pedonale… Caos, congestione, sovraffollamento: è una città che si è autostrangolata, che ha annientato le occasioni offerte dalla topografia e dall’ambiente naturale, a solo vantaggio dei cultori della rendita fondiaria”. Su Corso ai due mari si era avverata la profezia di Rizzo. Non un solo mastodonte, ma una folla di colossi che  ormai  lanciavano i loro trionfanti barriti, squadrando dall’alto in basso un Castello Aragonese che pareva sempre più piccolo.

 

 9. Il teatro dell’assurdo: Ionesco e la rinocerontite 

 

Come è potuto accadere?  Un testimone autorevole come Giovanni Acquaviva, il direttore del “Corriere del giorno”,  nel 1982 rievocava in una intervista gli anni del saccheggio: “ Si costruiva ovunque, comunque, qualunque cosa. Iniziava un’orgia edilizia senza precedenti, uno scempio che ancora grida vendetta , senza preoccuparsi degli oneri derivati al Comune in fatto di organizzazione dei servizi. Si calpestava il piano regolatore della città senza che nessuno fiatasse,  anzi con il beneplacito dei partiti della maggioranza… Era proprio l’amministrazione comunale a favorire questo oltraggio,  a incentivarlo. E nasceva la Taranto di oggi,  con edifici di undici piani sul mare, da una parte e dall’altra. La città diveniva un solo,  mostruoso cantiere edile e nessuno mosse un dito. In quel frangente che ruolo aveva il “Corriere”?  Che poteva fare? Niente di niente. Un giornale aveva il dovere di suonare l’allarme, ma non poteva farlo e non lo fece.  Il “Corriere” era della DC,  la giunta DC era appoggiata dai missini. Il sindaco DC Monfredi e tutti gli uomini che avevano portato Taranto all’oltraggio urbanistico venivano premiati dagli elettori… Il giornalista è una signora per tutte le stagioni, non l’ho inventato io questo mestiere né le sue regole (intervista di Adolfo Maffei a Giovanni Acquaviva in “Quotidiano”,  4 novembre 1982).

Sempre rimosso il  minaccioso apologo  della rigogliosa isola di Pasqua, scoperta nel 1722 con migliaia di abitanti e rivisitata nel 1864 con appena 110  superstiti malconci: dissennato  exemplum di autodistruzione del proprio futuro,  per gigantismo e imprevidenza. Un collasso determinato dalla deforestazione che riduceva  progressivamente la dieta,  da polli e molluschi,  a topi e sterpaglia, fino all’antropofagia. Una demoniaca  dissipazione delle risorse ambientali, determinata da una folle guerra tra i clan,  per l’edificazione di pietrosi mammoni sempre più imponenti, simboli di potenza tecnologica,  da ostentare per la supremazia politica. Per questo si distruggevano alberi e fibre legnose,  e quando i sopravvissuti cercavano di sfuggire all’inferno da essi stessi creato, si accorgevano che non erano più rimaste risorse per costruire una barca. Una parabola semplice e tragica: per soddisfare manie di potenza e di grandezza, si era perso il senso del domani. Contro la religione della crescita per la crescita,  rimangono ad ammonirci  i pietrosi signori di una terra desolata.

 

10. Un simposio di sapienti

 

Insediatosi trionfalmente il “Siderurgico”, un gruppetto di “resistenti” cercava di attrezzare culturalmente una serie di robuste casematte, in senso gramsciano, per evitare che il territorio potesse ridursi a mera residualità identitaria. Il Circolo di Rizzo,  con il suo work in progress organizzava nel ’66 un ciclo di conferenze sulle più cogenti problematiche dell’epoca, con gli interventi di Bruno Zevi sull’architettura,  Arrigo Benedetti per il giornalismo,  Pietro Bianchi per il cinema,  Carlo Bo per la poesia,  Cesare Brandi per la televisione,  Gillo Dorfles per le avanguardie artistiche,  Umberto Eco per lo strutturalismo,  Guglielmo Righini per l’astrofisica, Marco Valsecchi per la scultura,  Eduardo Sanguineti per  per il Gruppo 63… Naturalmente si registrava l’insorgenza di un preside  (l’eterno ritorno dei “sacerdoti dell’arte”)  che dichiarava candidamente la sua incapacità nel venire a capo della letteratura sperimentale, tanto da dover leggere, per  rilassarsi, qualche pagina del Manzoni.  Il bravuomo non intendeva offendere nessuno e Sanguineti replicava che solo il Manzoni avrebbe potuto adontarsi,  sentendosi   ridotto alla  stregua  di un ansiolitico. Quegli interventi suscitavano un salutare scalpore,  ma purtroppo la Provincia mancava nel curare la pubblicazione dei testi,  dispersi come lacrime nella pioggia. Sempre nel ’66 Rizzo produceva un autentico capolavoro: la rivisitazione di tre sommi tarantini: Giorgio Vigolo per Paisiello (1966, non pubblicato),  Ettore Paratore per Niccolò D’Aquino (1967, pubblicato) e il premio Nobel Quasimodo per Leonida  (1967)  alfine pubblicato in pregevole edizione da Lacaita e poi Mondadori.

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11.  L’Università in fumo e la battaglia per il risanamento del Centro storico

 

Il più acculturato sindaco di Taranto ,  Vincenzo Curci, sosteneva in maniera convinta tali interventi e un paio d’anni dopo lanciava l’idea  di una facoltà tarantina di urbanistica e sociologia, in linea con alcune riflessioni dell’epoca: l’esigenza di una produzione non-solo-acciaio, volta ad attrezzare il territorio nei confronti di una prevedibile invasività dello strapotere industriale.  L’organizzazione del territorio è il linguaggio attraverso il quale la città racconta la propria storia. Parole sante, si diceva. Ma i padroni del vapore, i cantori dell’edilizia selvaggia,  non volevano assolutamente trovarsi fra i piedi sociologi e urbanisti. Il progetto universitario finiva in cavalleria. Per fortuna,  a ridosso del fatidico ’68 , si poneva mano all’eccellente Piano Blandino,  che purtroppo doveva nascere sotto l’ala di un uccello di malaugurio. Illecitamente veniva demolito il settecentesco Palazzo Bellando Randone.  Bisognava ricominciare a battagliare,  con Giorgio Bassani e Italia Nostra,  con il soccorso della migliore cultura del tempo, da Argan a Brandi,  per salvare la città vecchia  di Taranto. Nel  ’72 veniva presentata al pubblico la raccolta etnografica Majorano con testi pubblicati da Lacaita e poi Einaudi.

Il patrimonio etnografico di Maiorano doveva essere seriamente valorizzato negli anni ’90, con una strategia di reconquista da parte di un gruppo di studiosi coordinati dall’avv. Petrone,  che hanno ricondotto alle origini tarantine le tradizioni popolari legate ai rituali della Taranta: un brand autentico,  purtroppo poco sostenuto a livello istituzionale. Quei capitani coraggiosi del “Circolo di cultura”  non hanno combattuto invano: con lunga pazienza sono state vinte belle battaglie, per la salvaguardia del fiume Galeso ,  contro la lottizzazione abusiva delle villette di Lama,  contro la centrale carboelettrica dell’Enel nel 1973,  contro la carboelettrica dell’Enel nel 1980,  contro la centrale nucleare ad Avetrana,  contro  l’ennesimo Palazzetto dello Sport o Teatro nella Villa Peripato… Qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure…

Non sono mancati operatori culturali volenterosi: la Giuliana Ermacora della Regione Puglia,  il dirigente del Circolo Vaccarella Giuseppe Francobandiera,  l’illuminato assessore alla cultura Tommaso Anzoino…  Ma il demone della Taranto che si rinnovava  autodistruggendosi era sempre all’erta. Sandro Viola nel 1985 già lo diceva: “ la fabbrica si è mangiata la città”. Quella che Ungaretti denominava non la Taranto vecchia ma la Taranto più giovane, doveva subire un urbicidio,  riducendosi a 2000 abitanti scarsi. Era  ferito a morte un pezzo di quello che la Costituzione chiama il “paesaggio della nazione”.

Taranto  rimane mobbizzata da 7 decreti pro Ilva e nel cuore dell’Europa industriale perdura una “strage di stato”,  rea confessa e a norma di legge. La crisi ha comunque indotto una fioritura di scrittori, tutti regolarmente “ in noir”,  senza confronto alcuno con il resto del mezzogiorno.

 

12 . La bella avvelenata

 

Quando ci si trova con le pezze sul sedere, qualcuno tira fuori la risorsa cultura. S’invoca la stella cometa  e prontamente segue una buffa “annunciazione annunciazione!” (cui non segue mai la manutenzione).  In questa stanca corsa del criceto è immancabile lo storytelling  dell ’homo politicus con il suo specchietto per le allodole . Il ministro Franceschini e il senatore Grasso si sono affacciati su una  antiquissima urbs dissestata e avvelenata, discettando su una “Taranto Spartana” che “valga come esempio per tutti, un brand mondiale che possa favorire la svolta” (“Quotidiano”, 25 novembre 2014) . Le solite patacche dell’Accademia dei Terroni e dei Sacerdoti dell’Arte: grande ammuina per  spacciatori di finto antico , fabbricatori di  colonne in cartongesso e Zeus di vetroresina,  da propinare  a chissà quali turisti. La verità è che solo i tarantini sono capacissimi di schivare l’esca e abboccare all’amo. In  Totò truffa’62 , spacciandosi per il padrone della Fontana di Trevi, il bidonista riusciva a estorcere quattrini all’allocco di turno. Oggi quello sketch  è  opinione mainstream. C’è poco da ridere,  fra imbonitori e brandizzatori…

Nel 1978 Mario Pedini, ministro piduista per i Beni culturali,  lanciava la sciagurata metafora del patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”: un ritornello ossessivo.  Non considerando alcuni sgradevoli effetti collaterali del regime petrolifero,  il ministro Franceschini ha subito dichiarato: “Penso che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo (“Il Sole 24 Ore”, 23 febbraio 2014). Il petrolio richiama un altro termine magico:  sfruttamento. Secondo il vocabolario,  sfruttare  vuol dire privare un terreno degli elementi  nutritivi,  depredare una regione delle sue risorse, ma anche vivere alle spalle di qualcuno, usare o abusare di qualcuno o qualcosa .  La ministra Giovanna Melandri ripeteva che “ l’Italia sta seduta sopra la propria fortuna”:  una eccitante  metafora coniata da Nell Kinball, la più celebre tenutaria di bordello degli Stati uniti.

Tutto questo non dovrebbe avere nulla a che fare con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione,  secondo l’art.9 della Costituzione e una sentenza del 1986 della Corte costituzionale,  indicante la primarietà del valore estetico-culturale,  che non può essere subordinato ad altri valori,  ivi compresi quelli economici.

A Taranto i “petrolieri” hanno grattato il fondo del barile già dall’Ottocento. Malgrado i molteplici assalti dei briganti, i beni archeologici sembrano messi in sicurezza nel Museo, anche se concupiti da  pifferai “valorizzatori”,  vogliosi di privatizzazioni occulte. Intanto,  fra annunci e decreti,  si paventa a Taranto la chiusura  dei corsi di Beni Culturali.  Come al solito, Smoke Gets in Your Eyes,  fumo e nulla più.  Non  sono molte le attrazioni monumentali che si offrono ai turisti: rimane un solo “monumento integrale dell’umile Italia da salvare”. Una Città vecchia. Una città del cuore.  La città dei due mari con il suo castello, l’unico autentico brand immortale. Occorre lunga pazienza con le solite facce di sempre.

Speriamo che Franceschini e Grasso,  squillanti annunciatori di una fantasmatica Taranto Spartana,  seppelliscano l’ascia di guerra della ennesima pseudo valorizzazione fasulla. Terrorista è chi devasta.  Resistente è chi misura il progresso non in metri cubi di cemento,  appalti e fatturati, ma in qualità della vita,  nella devastante crisi del welfare urbano. Seguendo le indicazioni di Salvatore Settis, di  Tomaso Montanari e del collettivo Wu Ming,  occorre approntare un argine in difesa della immateriale “piccola bellezza”, un  bene comune e inalienabile.  La battaglia è dura, ma è solo per il difficile che vale la pena di combattere,  diceva il vecchio Antonio Rizzo.

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