Archivio per ‘Comunicati Stampa’ categoria

Guerra alla guerra

11 giugno 2015

 

di Roberto Nistri
Per gli amici dell’Anpi Taranto. Nella ricorrenza della grande guerra ,  sia nella produzione editoriale, sia nella offerta televisiva, i media  hanno aperto, è il caso di dirlo, un autentico  volume di fuoco, con offerte innovative e di grande qualità critica.  Ci sembra che a Taranto e Provincia,  la proposta divulgativa ed educativa, sia stata largamente sottoutilizzata se non  francamente sprecata. L’Archivio di Stato di Taranto ha prodotto una mostra decorosa, anche se alcune immagini ci sembrano più somiglianti a quelle ritoccate a posteriori dalla iconologia littoria,  in particolare la graziosa locandina d’invito alla manifestazione. Onore all’impegno dei bravi archivisti,ma la questione ci sembra
di ben altra valenza. Non  pare che nelle scuole e nelle istituzioni culturali delegate , si  siano registrate con una qualche risonanza ,  normali presentazioni e dibattiti sul lavoro più aggiornato di agguerriti studiosi, considerando anche la ricchezza di una recente produzione filmica.  Per quanto riguarda la storiografia locale, non è neanche il caso di calare il solito velo pietoso. Per il momento, ci rivolgiamo ai buoni compagni dell’ANPI , proponendo alcune modeste riflessioni sull’argomento.

Recensione libro Nicola Tranfaglia

11 giugno 2015

 Il libro di Nicola Tranfaglia Breve storia dell’Italia unita (1848-2013) Mondadori Università ha il pregio di offrire uno sguardo d’assieme su questi 165 anni di Stato unitario con un linguaggio semplice e  una chiara impostazione. L’autore parte da un giudizio sulla situazione attuale caratterizzata da una crisi economica e insieme morale, politica e culturale, che rivela anche la scarsa capacità delle Istituzioni di rispondere alle esigenze di una società in trasformazione. In questo quadro,lo storico, con le armi dello studio e della critica scientifica, si sforza di indicare  le ragioni che hanno portato il nostro Paese alla crisi attuale. Continua a leggere: Recensione libro Nicola Tranfaglia

TARANTO PIAZZA DELLA VITTORIA 25 APRILE 2015

12 maggio 2015

Intervento ufficiale di Giovanni Battafarano Presidente ANPI Taranto

“Nella Resistenza, le radici della libertà e della democrazia”

Autorità, Signore e Signori,

   “la lotta di Liberazione fu un movimento collettivo, somma di tante scelte individuali di donne e uomini comuni che si impegnarono per affermare i principi di libertà e indipendenza a fronte di sofferenze e, spesso, fino al sacrificio personale… la loro memoria è degna di essere trasmessa alle nuove generazioni, insieme ai valori e ai principi della Carta Costituzionale”. Così una Risoluzione approvata a larghissima maggioranza alla Camera dei Deputati lo scorso 17 marzo.

Accanto alle forze alleate, che avevano risalito la penisola negli ultimi venti mesi, le brigate partigiane avevano combattuto con valore e inferto gravi colpi al regime fascista e all’occupante nazista. Il 25 aprile fu il giorno dell’insurrezione generale, che concludeva cinque anni di guerra e di inaudite sofferenze. Da tempo le basi del regime fascista si erano sgretolate. I facili entusiasmi che a Piazza Venezia il 10 giugno 1940 avevano salutato l’entrata in guerra dell’Italia erano stati ben presto sostituiti dal disincanto, dalle sconfitte militari, dai bombardamenti , dalle gravi ristrettezze economiche. Tra il 1943 e il 1944, caso unico in Europa,  scioperi imponenti si svolgono nelle città industriali del Nord. Il regime perde consensi tra gli operai e i ceti popolari. Anche a Taranto, dove pure l’adesione al regime era alta, si manifestò una forte avversione antifascista specie tra gli operai  dell’Arsenale e dei Cantieri navali. Il protagonismo dei lavoratori in sciopero si saldò naturalmente con l’azione delle brigate partigiane.

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Aggiornamento Tesseramento 30 aprile 2015

6 maggio 2015

aggiornamento tessere:al 30 aprile 2015
91 Taranto
85 Massafra
07 Montemesola
07 Statte

per un totale di 190 tesse + 3 ad Honorem

Emanuele Basile, 35 anni dopo

5 maggio 2015

La notte tra sabato 3 e domenica 4 maggio 1980, 35 anni fa, a Monreale, cadeva il giovane ufficiale dei carabinieri, il tarantino Emanuele Basile, 30 anni, sotto i colpi di alcuni killer. Nel momento in cui riceveva quei 7 colpi di pistola, portava in braccio sua figlia Barbara di 4 anni. Cadde con lei, in un ultimo, estremo abbraccio; bagnando col sangue la bambina rimasta lì, tra le sue braccia, illesa. Coraggioso ufficiale, amato e stimato, stava indagando all’epoca sull’attività di una cosca mafiosa, quella cosiddetta di Altofonte. Era giunto a Palermo il 3 gennaio del 1977 ed aveva preso servizio al nucleo investigativo dal tenente colonnello Giuseppe Russo, anch’egli ucciso in un agguato mafioso, nell’agosto di quello stesso anno. 35 anni dopo, viviamo ancora in una triste realtà. L’ufficiale Basile, come tanti altri, certamente non pensava di passare alla storia come eroe, come “martire civile”, ma pensava di fare seriamente, “solamente” il suo mestiere.

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I rapporti di lavoro tra contratti di diverso livello

4 maggio 2015

di Giovanni Battafarano

Considero una scelta felice di Laboratorio Lavoro aver scelto come tema “Il lavoro tra persona e capitale”. Il tema della persona che lavora è molto fecondo e tale da costituire un punto di congiunzione delle elaborazioni  della cultura cattolica- Si pensi alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI- e della cultura di sinistra, si pensi a Bruno Trentin e a Mario Tronti. Abbiamo alle  spalle un trentennio di teoria e prassi neoliberista, in cui il valore della persona che lavora è  stato abbastanza sacrificato sull’altare di una finanza sempre più aggressiva e spregiudicata e in cui i dislivelli sociali sono paurosamente aumentati. Tony Judt, nel suo “Guasto è il mondo”, ricorda che nel 1968 l’Amministratore delegato della General Motors guadagnava 66 volte più del suo dipendente medio; oggi l’Amministratore delegato della Walmart  guadagna novecento volte in più del suo dipendente medio. Thomas Piketty, nel suo fortunato “Il capitalismo nel XXI secolo”, analizza scientificamente l’accumulo  dei grandi patrimoni  e l’impoverimento dei ceti popolari e  medi, tendenza che indebolisce le basi sociali della democrazia. Valorizzare il lavoro tra  persona e capitale significa ripristinare un circuito virtuoso, tanto più necessario se si vogliono cogliere i primi sintomi di ripresa ed uscire dalla crisi. Continua a leggere: I rapporti di lavoro tra contratti di diverso livello

I rapporti di lavoro tra contratti di diverso livello

4 aprile 2015

 

 di Giovanni Battafarano

   Considero una scelta felice di Laboratorio Lavoro aver scelto come tema “Il lavoro tra persona e capitale”. Il tema della persona che lavora è molto fecondo e tale da costituire un punto di congiunzione delle elaborazioni  della cultura cattolica- Si pensi alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI- e della cultura di sinistra, si pensi a Bruno Trentin e a Mario Tronti. Abbiamo alle  spalle un trentennio di teoria e prassi neoliberista, in cui il valore della persona che lavora è  stato abbastanza sacrificato sull’altare di una finanza sempre più aggressiva e spregiudicata e in cui i dislivelli sociali sono paurosamente aumentati. Tony Judt, nel suo “Guasto è il mondo”, ricorda che nel 1968 l’Amministratore delegato della General Motors guadagnava 66 volte più del suo dipendente medio; oggi l’Amministratore delegato della Walmart  guadagna novecento volte in più del suo dipendente medio. Thomas Piketty, nel suo fortunato “Il capitalismo nel XXI secolo”, analizza scientificamente l’accumulo  dei grandi patrimoni  e l’impoverimento dei ceti popolari e  medi, tendenza che indebolisce le basi sociali della democrazia. Valorizzare il lavoro tra  persona e capitale significa ripristinare un circuito virtuoso, tanto più necessario se si vogliono cogliere i primi sintomi di ripresa ed uscire dalla crisi. Continua a leggere: I rapporti di lavoro tra contratti di diverso livello

In margine al convegno su Vito Forleo – Taranto 5 febbraio 2015.

2 aprile 2015

Il bibliotecario e la sua ombra
Roberto Nistri

 A cinquant’anni dalla sua scomparsa, Vito Forleo, il  nostro maggiore scrittore municipale e indimenticato direttore della Civica Biblioteca “Acclavio”, per una volta è stato onorato come si conviene, in una città che purtroppo ha perso il filo della propria identità storica. Si sono registrati convegni di buon livello e soprattutto hanno trovato adeguata ristampa le sue opere, da tempo non facilmente reperibili: I giorni di Diogene Saturnino del 1904, Taranto dove la trovo del 1929 e una più completa riedizione dei Poemetti Municipali, già curati da Aldo Perrone e dal Gruppo Taranto.

Tornare ad ascoltare la voce dell’Autore, a seguire la traccia della sua penna fino all’ultimo inchiostro, quando le ali sono ancora gonfie di vento. E’ tale il più autentico omaggio alla scrittura: uno scrigno, quello di Forleo, che forse cela ancora preziosi segreti. Un classico, cioè un letterato di prima classe. Le sue paginette sono ancora offerte speciali,  aquiloni che ogni tanto ritornano dagli  intermundia,  per insaporire le nostre povere scritture.

Custode della memoria, del tesoro più vulnerabile e aggredibile,  Vito Forleo è stato il più significativo autore  del primo Novecento tarantino.  Uno spirito folletto, un inattuale per scelta, un  Ufo, un oggetto letterario non facilmente identificabile.  Come cifra stilistica, non amiamo l’onda lunga dei superlativi e l’eroicizzazione postuma di un nobile autore, come tanti impigliato nelle pastoie della più greve provincia meridionale. Conosceva il suo destino e se ne fece una ragione. Diventa ciò che sei, era il primo comandamento dell’amato Nietzsche.  Mai un cedimento, fino alla fine della strada: Vivre sa vie (Questa è la mia vita).

Laureato in Legge, seguiva la sua vocazione di uomo-libro, gestendo in maniera ineccepibile la civica Biblioteca Acclavio: la Biblioteca del mare, con quelle tre finestre che Sandro Viola avrebbe ricordato con nostalgia. Con puntigliosità maniacale l’austero don Vito riempiva i cestini di minute cartacee da inviare giorno dopo giorno al Municipio, per arricchire la dotazione della Acclaviana. Ma  In quelle stanze Forleo avrebbe scritto dell’Arcivescovo Capecelatro, dei Giardini del Peripato, di Choderlos de Laclos, di Paisiello, di Raimondello Orsini, del brigante Pizzichicchio e dei portentosi pesci di Taranto… Le pagine di Taranto dove la trovo racchiudono il libretto d’oro d’un  grande erudito foderato di poesia.

Forleo scrisse pochissimo. Perché era un pigrone o perché aveva altro per la testa. A chi doveva rendere conto? Non era un personaggio popolare e non aveva nessuna intenzione di esserlo.  Per i suoi concittadini era un inclassificabile,  un romantico  catafratto nella Biblioteca o nella sua celletta monacale zeppa di carte,  al  terzo piano, mentre “le rondini saettavano pazze di calore, nel cielo nostro d’oriental rubino”.  Un  atopos avrebbero detto i greci, un fuori posto ( per qualche tarantino,  uno “spostato”) che ogni tanto lasciava cadere una perla di scrittura da conservare nella biblioteca celeste della tarentinità.

Il gentiluomo solitario era anche un uomo scisso, consapevole dell’impossibilità di essere veramente se stesso. Del resto,  il secolo che si apriva, apparteneva a  Marinetti, non a Forleo. Il  misconosciuto campione del decadentismo europeo, era disposto a parlare solo con la sua ombra, il  Doppelganger (colui che cammina al suo fianco).  Il “doppio” di don Vito era il compagno segreto  di sempre: quel Diogene Saturnino del suo capolavoro giovanile ,  il dandy  che poteva solo portare in giro la sua noia, con la sigaretta incenerita sulla bocca: “un fiume di libidine cui mancava  la foce di una cocotte, una amante da scegliersi in un pacco di cartoline illustrate, dai contorni indecisi come una polluzione notturna. Le idee si intorbidavano, mentre un lombrosiano esegeta predicava il Sinite parvulos, sottintendendo una tendenza pederastica del Redentore”.

Con il suo  Diogene Saturnino ,  Forleo si era  sbattezzato e ribattezzato in onore del primo anticonformista della filosofia, distruttore delle convenzioni sociali e derisore coriaceo e blasfemo.  Il “nato sotto il pianeta oscuro”, secondo il dettato aristotelico, abbracciava  melanconia e genialità, era un accidioso che,  di fronte all’oggetto desiderato,  fuggiva quando stava per raggiungerlo, desideroso di abbracciare l’inafferrabile, il fantasma o il fantoccio della libertà.  L’homo melanconicus poteva riscattare la sua insania solo nella creatività,  desiderando il desiderio,  amando la germinazione,  lasciandola scorrere nel non finito ,  nell’incompletezza di una  immagine allo stato nascente.

Seduto al solito tavolino, coccolando il suo spleen,  Saturnino scriveva ad un destinatario per sempre sconosciuto.  Il cappellaccio prendeva le forme di un pipistrello mostruoso. Becchi di gas, mossi dal vento e battuti dalla pioggia, formavano nella lontananza una specie di costellazione piangente. Una ragazzina satanica gli chiedeva petulante cosa volesse  dire la parola si-fi-li-de, e lui la rassicurava : “ una nuova marca di cioccolata”.  Era il gioco del trickster, del dio briccone, un po’ clown e un po’ furfante. L’armatura della maschera   dissimulava,  con aristocratico riserbo, il volto dell’inviolabile.

Il Venerdì Santo era stato alleviato nel cavo di una mano inguantata. Il giorno di Pasqua,   Saturnino si addormentava fra le strofe di Baudelaire, con voglia di un’arma da fuoco,  pronto a schiaffeggiare la prima marionetta digerente che augurasse buone feste. Fuggi  il  “Mostro Viscido”, la “ maledetta Provincia”, se non vuoi bruciarti le cervella. Al massimo si potrebbe organizzare un Cenacolo: alla Presidenza lo scheletro di un brigante, nel cui cranio, forato da una pallottola, poter  inserire una lampadina.

Si gira e rigira sulla parsimonia scritturale di Forleo. Perché non accettare che lui aveva altro a cui pensare? Faceva buchi nei sogni e non doveva render conto a nessuno. Neanche ai trombettieri del Duce e ai postulanti in cerca di medaglie a buon mercato. Come il Bartebly  di Melville, sulla corazza del garbato ma implacabile “Preferisco di no”, doveva scivolare ogni offerta di complicità o compromissione.   Forleo era il Resistente per eccellenza.

Il flaneur inseguiva  il non consumato,  nell’inevitabile commercio con gli spettri. Solo seguendo questa traccia è possibile sciogliere una aporia: voler scrivere qualcosa che facesse tremare il mondo e  finire come un anacoreta,  baciando  la polvere dei libri. Quella era la duplicità del dandy superomista,  che non si schiodava dal Caffè ai Due Mari,  riconciliato con Taranto ma non con i tarantini.

Nel cinema si poteva  ben fumare, spiando le complici braci nel tremolìo della magica lanterna. “Il Sahara! Il Sahara! “Seguire sulla sabbia le orme di Marlene Dietrich che seguiva le orme di Gary Cooper. Suprema ironia: l’unico esotico viaggio del  bibliotecario doveva ridursi ad una striminzita villeggiatura  a Rocca Forzata, ai confini della realtà, con l’uso di una sola modesta stanzetta. Magari in contemplazione di “ una luna con la faccia di una cuoca inebetita”.  L’aura della pauperistica micragna di Forleo rimaneva un topos ricorrente, come quello dei quattro gatti al funerale.

Si conserva  la bella lezione di un liber’uomo, che non avrà scritto molto, ma che non ha mai dovuto pentirsi per un biglietto compiacente o servile.  Come l’antico Diogene aveva allontanato Alessandro dalla sua botte, così l’armatura di Forleo non veniva mai  scalfita dalle lusinghe degli ominicchi e dei mezzi uomini.  Ha seguìto il suo daimon, è riuscito a non essere come gli altri.

Apprezzava solo i santi volatili, quelli capaci di lievitare . Con immutato spirito di leggerezza , Forleo scompariva in una calda notte d’estate, il 27 agosto 1964. Salutando i quattro gatti, il Saturnino non poteva mancare al  rendez-vous .

Aveva scritto:  “Io voglio volare e volerò. E sarà in una sera di agosto, stracarica di stelle”!

La donna nasce donna

5 marzo 2015

Lo SPI-CGIL coordinamento donne di Massafra e l’Associazione Nazionale Partigiani

d’Italia sezione di Massafra, in occasione della festa della donna 2015, venerdì 6 marzo alle

ore 18:00, presso i locali della CGIL di Massafra, in via Pisacane 92 presenteranno l’evento

“LA DONNA NASCE DONNA”. Continua a leggere: La donna nasce donna

Il castello dei destini ermetici

3 marzo 2015

Roberto Nistri

       In una sequenza del film Django unchained  di Quentin Tarantino, uno schiavista del Mississippi faceva sbranare dai suoi cani un negro che aveva denominato D’Artagnan. Un bounty killer commentava che Alessandro Dumas non avrebbe certamente tollerato una simile nefandezza: discendeva anche lui da una schiava dei Caraibi. Suo padre era un autentico “vendicatore nero”, il protagonista in carne ed ossa del grande romanzo Il Conte di Montecristo. Poche battute di un Tarantino “doc” indicano  la pista di un cavaliere senza macchia e senza paura,  che doveva finire i suoi giorni nella città bimare, come l’altro generale  napoleonico, il ben noto Laclos. Ormai è acclarato che  il padre di Alexandre Dumas fosse il “vero” Conte di Montecristo, nato ad Haiti nel 1762,  figlio del marchese Davy de la Paletterie  e di una schiava registrata come Dumas.

Antoine Alexandre venne dal padre condotto a Parigi, distinguendosi per la prepotente bellezza e per la sua abilità di spadaccino.  Nel fatidico Ottantanove   entrava nell’esercito come sergente, mentre a Santo Domingo gli schiavi venivano affrancati dalle catene.  Il giacobino si spogliava dei titoli nobiliari, cambiava il nome in Alex Dumas e sposava la figlia di un albergatore.

Per meriti militari diventava colonnello e poi generale, nella campagna in Italia. La sua crescente popolarità faceva ombra allo stesso Napoleone, malamente sconfitto  da Nelson sul Nilo. Il vascello che doveva riportare in patria il generale Dumas, naufragava e il condottiero  (forse accompagnato dalla sua ombra : il filosofo Dolomieu)  veniva catturato dai feroci  sanfedisti che avevano consegnato il sud Italia ai Borbone. Dumas finiva scaraventato in una segreta e abbandonato da Napoleone al suo triste destino: doveva morire di stenti. Continua a leggere: Il castello dei destini ermetici